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4 Ago

EPISODIO 05: INDEPENDENCE DAY – PARTE 2 – di Eugeniusz S. Lazowski

INDEPENDENCE DAY – PORT LOUIS.

Niente, non suona. “Ehm…aspettate,” sorride imbarazzato, “ora suonerà”

La tocca ancora: niente.

L’imbarazzo cresce, un mormorio si leva dalla folla, già provata per lo spostamento d’aria causato dai tredici missili.

Un po’ più forte, ancora niente.

Si sente qualche risata, il viso di Super Dan si infiamma.

“E deciditi a suonare vecchio rudere!” sbotta il primo cittadino che tira un pugno…crack…la crepa si allunga, la gente smette di parlare, tutti gli occhi sono sulla Liberty Bell, che si divide a metà.

Le due parti si staccano, cadono e rotolano giù tra la folla in fuga, ancora una volta presa dal panico. Alcuni spettatori rimangono feriti, per fortuna in modo lieve.

“Nooo…la Liberty Bell, la nostra campana della libertà…” cade in ginocchio il sindaco mortificato.

Il suo vice MacKay è impietrito, balbetta appena. “Trecento anni di storia, è riuscito a distruggere trecento anni di storia…”

“E questo è niente,” commenta Moore, “non ci sono limiti a ciò che può fare il nostro Presidente! Aspetti, sindaco, aspetti…”

Gli spettatori feriti vengono soccorsi e portati all’ospedale di zona, ormai stracolmo dopo i lanci dei tredici missili. Bell, sfiorato dai pezzi della campana, viene rianimato con i sali da Wright.

“Provi con Naive,” suggerisce Moore, “in questi casi ha capacità taumaturgiche.” Detto fatto, Bell resuscita in mezzo minuto.

Blanco, ormai disperata, cerca di portare a termine la giornata. “Ehm, sindaco, cosa prevede ora il programma?”

“Il pranzo ufficiale…” risponde con un filo di voce e gli occhi rossi.

“Evviva! Era ora!” esulta Super Dan.

“Finalmente!” gongola Byjove. “Dopo tutto questo trambusto, un po’ di ristoro ci voleva!”

“Da questa parte, se volete seguirmi…” biascica MacKay ancora sconvolto dalla perdita della campana storica.

Una tavolata in mezzo al prato li attende, il profumo dell’erba si mescola a quello dei barbecue.

Super Dan cerca di sedersi vicino al generale, ma viene blindato dalla moglie e da Ms Brontesrious, che si siedono di fianco a lui.

“Un’insalata per mio marito, per favore.” ordina la First Lady. “Con un po’ di carote bollite, se possibile.”

“Ja, e acqua, tanta acqua per nostro Presidente, senza bollicine, che fanno gonfiare sua pancia, ja?”

“Cosa?!? Acqua? Senza nemmeno le bollicine?”

“Nein!” Swish!

Super Dan rimane immobile con la bocca aperta, quasi fosse stato colpito da un ictus, di fronte a lui il generale Byjove e il Capo di Gabinetto Moore, che lo fissa sorridendo.

Jacob, il cameriere che si occupa degli illustri ospiti, si presenta e illustra il menu.

“Bene,” prende la parola Moore, “signori, vogliamo onorare l’ospitalità di queste splendide persone mostrando di apprezzare le loro specialità culinarie? Jacob, oltre alle deliziose salsicce, cos’altro hanno da offrire i vostri famosi barbecue?”

“Signori, le salsicce sono soltanto l’inizio. Le nostre costine di maiale sono apprezzate in tutto il paese…”

“Le costine di maiale…” sottolinea Moore guardando Super Dan.

“…inoltre abbiamo salamelle, spiedini di carne e verdura, wurstel, hamburger, bistecche…”

“Basta, basta, per carità.” implora Moore, lanciando un sorriso a Super Dan. “Con calma, abbiamo tutto il tempo degustare ogni vostra specialità, mio caro Jacob.”

“Dunque…” continua Moore a torturare il primo cittadino, “All’inizio ha detto le salsicce, vero generale?”

“Lo ha detto! Lo ha detto!”

“E poi salamelle e spiedini, se non ricordo male?”

“Ricorda benissimo!” sobbalza Byjove.

“E dopo…non ricordo…”

“E dopo wurstel, hamburger, bistecche e…e poi si è fermato.” esclama il generale tutto d’un fiato.

“Signori,” domanda Moore ai presenti, “che ne dite di cominciare da quanto il nostro buon Jacob ha elencato finora?”

“Ma certo!” gioisce Byjove. “Solo per cominciare, s’intende…”

“Ma certo, generale,” risponde il britannico con un ghigno, “solo per cominciare, vero signor Presidente? Scommetto che nemmeno al Presidente americano Donald Trump servono tante delizie.”

Super Dan sembra un vulcano che sta per eruttare. “Io…”

“No.” lo stronca sul nascere la moglie. “Per mio marito ho già ordinato. La stesso per me, grazie.”

“Allora, Jacob, sarei così gentile da portare qualche vassoio con tutte le specialità elencate?”

“Sarà mia premura, signori. E da bere? Posso ricordarvi che le nostre birre affondano le loro radici ai tempi dei pionieri?”

“Le birre…” esclama Moore con finta noncuranza, “generale, ho dimenticato le birre…”

“Grave, molto grave, Moore! Lasci fare, me ne occupo io! Jacob, comincia a portare un vassoio a testa con tutto quello che hai detto, e voglio vedere una distesa di boccali di birra fresca di tutti colori, da un capo all’altro del tavolo! Sono stato chiaro?”

“Chiarissimo signore, lasci fare a me.”

“Lasciamo fare a lui…” sospira Moore.

Il viso di Super Dan è ormai tra il rosso e il violaceo, le vene del collo stanno per strappare il colletto della camicia, la sua pressione massima ha superato i trecento.

La mano della First Lady stritola il braccio del marito e il frustino della governante austriaca sotto il tavola “accarezza” le gambe del malcapitato.

Arrivano i camerieri con quanto richiesto, il tavolo si riempie di ogni ben di Dio. Davanti a Super Dan, sua moglie e Ms Brontenserious tre scodelle di lattuga e pomodori e tre piattini di carote bollite affettate…

Signori,” si alza in piedi Byjove con un boccale di birra in mano, “buon appetito!”

Tutti assaggiano qualcosa e bevono un boccale di birra, tranne il generale che ha già riempito un vassoio di ossa, scolato tre boccali ed ora si sta occupando del secondo vassoio e del quarto boccale.

“Signor Presidente,” sfotte Moore, “è tutto di suo gradimento?”

“Moore,” ringhia Super Dan scuro in volto, “io…”

“La ringraziamo del suo interessamento.” interviene decisa la moglie. “Certo, tutto di nostro gradimento, vero tesoro?”

Silenzio…Super Dan sta per esplodere come l’eruzione di Pompei dell’anno 79 d.C., quando sotto il tavolo…swish!

“Aahhh!” salta il Presidente sulla poltrona. “Nein! Nein!”

“Tesoro,” gli sorride la First Lady, frantumandogli il braccio con la mano, “tutto bene, vero?”

“Aahhh…certo, tesoro, uhm…tutto bene.”

“Ne sono lieto,” replica Moore affabile, “in questo caso, direi che possiamo ordinare le altre pietanze, non credete?”

“Agli ordini!” scatta in piedi Byjove. “Cioè, volevo dire, senz’altro.”

“Non ricordo bene però tutte le specialità locali, generale, lei per caso…”

“Ali di pollo fritte, carne di manzo, pollo, verdure grigliate, pannocchia di mais, hot dog, patatine fritte, anelli di cipolla, cookies al cioccolato. Senape e salse a volontà. Il tutto accompagnato da pane ai cereali o di segale. E un’insalatina fresca tanto per sgrassare.” risponde Byjove ancora una volta tutto d’un fiato.

“Generale, ma lei è un portento!” si complimenta Moore.

“Beh, sa, modestamente, in materia sono molto ferrato.”

“Ha detto un’insalatina fresca tanto per sgrassare, generale?” chiede Moore simulando preoccupazione.

“Ecco,” coglie la palla al balzo la First Lady, “per noi tre un’insalatina fresca e pochi anelli di cipolla. E acqua. Naturale.”

“Bene e per noi altri, invece…” riflette Moore, “generale, vuole ordinare lei per tutti, come prima?”

“Ma senz’altro! Ascoltami bene, Jacob,” sbraita Byjove afferrando per il bavero il poveretto, “porta tutto quello che ancora non hai portato, in vassoi belli grandi, e birre a volontà, fresche e di tutti i colori. E se vedo un centimetro quadrato di questo tavolo scoperto ti passo per le armi, ci siamo capiti?”

Gulp…Jacob deglutisce e va via di corsa.

I camerieri affollano la tavola di vassoi e birre, tranne tre ciotole di insalatina fresca e tre piattini con anelli di cipolla.

Alcune lacrime solcano il viso di Super Dan, mentre consorte e governante non lo mollano un’istante. Intorno a lui un trionfo di sapori, odori e pietanze…tutti sembrano gradire le specialità del luogo, pur mangiando con moderazione.

Le mandibole di Byjove sembrano una trebbiatrice a pieni giri, un valzer di boccali di birra danzano davanti a lui in un gioco di colori, birre scure, chiare, rosse, le ossa avanzate, una sull’altra, costruiscono quasi la Tour Eiffel.

Lo sguardo di Super Dan trafora Byjove e va oltre, mentre anche il suo parrucchino, depresso, gli scende lentamente sugli occhi.

Questa volta il primo cittadino non lo rimette a posto, lo lascia lì…meglio così’, meglio non vedere, meglio non soffrire.

Al termine del pranzo il gruppo passeggia per le strade, tra le case e i giardini, salutando le famiglie e stringendo mani.

Soprattutto quelle di chi sta cucinando carne sul barbecue, sperando di scroccare una salsiccia…swish!…”Aahhh!”

Finché il frustino di qualcuno e lo sguardo inceneritore di qualcun altro non stroncano ogni stratagemma.

“È arrivato il momento dei falò.” sottolinea Johansson.

“Si,” prosegue MacKay, “da queste parti una delle tradizioni più diffuse consiste nell’accendere i falò.”

“Ottimo,” replica il generale, “mi sembra una sana tradizione. E la polvere da sparo?”

“Prego?!” chiede il sindaco vacillando.

“Perché, non la usate?”

“No, niente,” interviene ancora Blanco per uscire dall’impasse, “vogliamo vedere la preparazione di questi magnifici falò?”

“Ma certo, da questa parte. E sia chiaro che se voleste unirvi alla gente, potreste anche voi provare ad accenderne uno.”

“Senz’altro!” risponde Byjove pieno come un otre di carne e birre.

“Bene,” esclama il sindaco, “abbiamo un volontario!”

“Due!” grida Byjove un po’ brillo. “Il nostro comandante non si tira mai indietro davanti a niente!”

“Io?! Ehm…certo…come no.” balbetta Super Dan.

I due si dirigono barcollando, uno per la fame e l’altro per la scorpacciata, verso il grande spiazzo destinato ai falò, con cataste di legna a disposizione di tutti.

“Ehm…generale,” parla Super Dan sottovoce, “ora che siamo soli, devo confessare che non ho mai acceso un falò in vita mia.”

“Tranquillo mio comandante, ci penso io!”

I due prendono la legna e la accatastano, ma Byjove non sembra intenzionato a fermarsi.

“Generale, ma non sarà troppa?”

“Scherza? Ha visto gli altri? Vuole farsi superare da questi dilettanti? Giammai!”

Byjove sembra un bulldozer, butta legna sulla catasta, ormai diventata una pira, alta un paio di metri e larga cinque.

“Tu!” grida Byjove rivolto ad uno degli agenti della sicurezza, che accorre. Il generale prende qualcosa da lui.

“Ecco fatto, signor Presidente. Indietro.” dice Byjove allontanandosi con Super Dan. “Una piccola scorta per le emergenze, la affido sempre agli uomini della sicurezza, non si sa mai.”

È una granata incendiaria, che Byjove scaglia sul castello di legna.

La fiammata illumina il cielo, la gente dei falò vicini scappa, le fiamme avvolgono i loro falò, creando un unico gigantesco falò, visibile anche dai satelliti in orbita.

Il vento spinge le fiamme a bruciare l’erba circostante, poi le panchine del parco, infine un albero…è l’inizio della fine.

“Generale!” grida Blanco, “ma che fa, è impazzito?”

“Dio mio, spegnete le fiamme,” implora Bell, “chiamate i pompieri, chiamate gli idrovolanti!”

“Bell, lombrico,” grida Byjove, “chiami piuttosto un’ambulanza e ci si ficchi dentro!”

Moore è al telefono con i pompieri, mentre Blanco sta organizzando gli idrovolanti della zona. Il fuoco si propaga rapidamente, ormai è arrivato alla foresta.

Gli agenti della scorta hanno portato al sicuro il generale, il presidente e il suo parrucchino, ormai bruciacchiato.

Si avvicina con passo deciso Ms Brontenserious che afferra il primo cittadino per il braccio e lo porta, insieme alla sua consorte, in una delle auto della scorta.

“Schell! Tu entrare in auto e cambiare tuo testone bruciato con testone nuovo! Schell!”

“Ms Brontenserious,” le si rivolge la First Lady con gratitudine, “lei è sempre previdente.”

“Ja, io afefo detto che due testoni di ricambio meglio che uno.”

I tre fanno appena in tempo ad entrare in auto, quando il rombo degli aeroplani inizia a sentirsi. Il rumore è sempre più vicino, sono gli idrovolanti che si abbassano sulla zona in fiamme.

“Presto,” grida Blanco, “fate allontanare tutti, gli idrovolanti si avvicinano, ormai.”

Moore e Wright cercano di mettere al sicuro la folla, Naive saltella sperduta in ogni direzione, Bell si appella a tutte le autorità della terra e del sistema solare.

“Pompieri! Polizia! FBI! Marines! A me! Aiutatemi!”

“Bell,” grida Byjove, “l’unica che non ha chiamato era quella giusta per lei: la Croce Rossa!”

Gli idrovolanti sorvolano la zona incendiata e iniziano a scaricare uno alla volta l’acqua sulle fiamme.

Un’inondazione di proporzioni bibliche cade sulla foresta e sulla popolazione, travolgendo tutto e tutti, seguita da altre cascate di acqua che si susseguono.

Le fiamme iniziano a spegnersi, ma ben poco rimaneva della foresta, il parco e i dintorni erano ridotti ad un lago di acqua e fango.

Le persone travolte dall’acqua e cadute nel fango, facevano appena in tempo a risollevarsi, che una nuova pioggia d’acqua dal cielo le scaraventava a terra.

La squadra di idrovolanti continuava a scaricare tonnellate d’acqua su tutta la zona.

La melma era ovunque, sulle persone, sul terreno, sui palchi preparati per i concerti. Un’unica gigantesca distesa marrone aveva cancellato la festa del Giorno dell’Indipendenza.

“Moore, Bell, Wright, dove siete?” grida Blanco ricoperta di fango.

“Sono qui, Blanco,” la rassicura Moore, “gli altri dove sono?”

“Ho visto il Presidente, sua moglie e la governante entrare in un auto della scorta.”

Una macchia informe marrone si solleva dal fango, oscilla, trema, ricade, si rialza, avanza barcollando.

“È Bell.” sospira Moore.

“Aiuto! Sto affogando nel fango, qualcuno mi salvi!”

“Sì, sì, è proprio lui.” conferma Moore.

“Aiutiamolo!” grida Wright.

I tre accorrono verso Bell, lo sollevano, quando un nuovo diluvio piove dal cielo. I nostri eroi vengono sbattuti nuovamente a terra, sommersi completamente dal fango.

Il rombo dell’idrovolante che si allontana si confonde con quello del successivo che sta arrivando per rilasciare il proprio carico.

Una testa infangata spunta dal marasma generale.

“Puah! Caugh, caugh…aiuto!!!”

È Bell.

L’auto del Presidente, nel frattempo, è sballottata continuamente dall’acqua, affondando sempre più nel fango, Ms Brontenserious non riesce a mettere il nuovo parrucchino sulla testa di Super Dan.

Moore, Blanco e Wright, ridotti a statue di fango, cercano di sollevare Bell.

“Naive, dov’è? L’avete vista?” domanda Blanco.

“L’ultima volta l’ho vista correre in tutte le direzioni.” risponde Wright.

“E il generale, che fine ha fatto?”

“Presente!” si sente urlare da un monolite di fanghiglia.

È Byjove, sull’attenti come una statua.

“Puah!” gracchia Bell. “Che schifo, il fango in bocca, soffoco!”

“Bell,” sentenzia il monolite marrone, “chiuda la bocca e lo ingoi, così la facciamo finita una volta per tutte!”

I nostri cinque eroi avanzano a fatica nella melma, con le gambe che affondano quasi fino alle ginocchia, decisi a ritrovare Naive.

“Dove sarà finita?”

Intanto l’auto che ospita Super Dan non si può muovere, con le ruote completamente ormai sprofondate nel fango.

“Fate qualcosa, sono il Presidente! Salvateci, è un ordine!”

“Non credi di aver fatto abbastanza?” ruggisce la First Lady. “O hai in mente qualcos’altro? Non so, magari una bomba atomica…”

“Io? E che cosa ho fatto mai? Abbiamo acceso un fuocherello…”

“Fuocherello? Ja, fuocherello gigante come tua pancia, ja.”

“Ma no, è stato il generale, io non c’entro niente…”

Quando la First Lady chiama: “Ms Brontenserious!”, lei risponde: Swish!

“Aaaahhhh!”

Intanto da lontano una voce suadente e familiare invoca aiuto…è Naive, completamente bloccata dal fango che la riveste.

“Forse è lei, ho sentito la voce, anche se non la vedo.” dice Blanco.

“Io non vedo nessuno…” dice Wright.

“Io non ho sentito nessuno.” afferma Moore.

“Io non riesco neppure respirare…” si lamenta Bell.

“Questa sarebbe la prima buona notizia del giorno.” commenta Byjove.

I cinque faticano a muoversi, come la parte di popolazione che non ha fatto in tempo ad allontanarsi. Bell è il primo a bloccarsi del tutto.

“Oddio, non mi muovo più! Il fango, il fango, aiutatemi, sto diventato una statua!”

“Una statua ai caduti,” sbraita il monolite, “sarebbe ora!”

“Ed ora che si fa? Bell, si sforzi, coraggio.” lo incita Wright.

“Ci penso io!” dichiara Byjove, avanzando verso Bell lentamente.

Poi il monolite di fango stringe le proprie braccia intorno alle gambe della statua di Bell, la sradicano dalla melma e se la carica sulle spalle.

“Fatto! Andiamo!”

“Aiuto! Che succede? Sto volando, mettetemi giù, aiuto!”

“Bell,” sbotta il monolite arrabbiato, “se non la pianta di starnazzare l’unico volo che farà sarà dal bordo di un burrone!”

“Bell, si calmi.” interviene Blanco tentando di calmarlo. “Il generale Byjove l’ha staccata dal fango e la sta portando sulle sue spalle, ha capito? Non deve preoccuparsi, è salvo.”

“Davvero? Ma siete sicuri?” chiede Bell.

“Assolutamente,” conferma Byjove, “quindi ora chiuda il becco e lasci fare a me. Ho portato in salvo sulle spalle più soldati io in Vietnam di tutta la Croce Rossa!”

“Aiuto,” invoca la voce di Naive, “Moore, Blanco, dove siete?”

“Stavolta l’ho sentita,” dice Moore, “è proprio lei, Naive.”

“Cerchiamola,” propone Wright, dev’essere vicino.”

“Si, ma come facciamo,” chiede Blanco, “sembrano tutti uguali, tante statue di fango.”

“Naive, dove sei?” grida Moore. “Chiamiamola, quando le saremo vicini ci sentirà.”

“Un momento,” obietta Bell, “ma non dovevate portarmi in salvo, prima?”

“Bell, invertebrato,” tuona il monolite che lo porta in spalla, “prima le donne e poi i bambini! L’ha mai sentito dire?”

“No, lo giuro, è la prima volta che lo sento. Io conoscevo prima gli infermi e poi tutti gli altri…”

“Gli infermi?” si infuoca Byjove. “Se vuole la faccio diventare un infermo in un secondo!”

“No! Oddio, per carità, fermatelo, voglio scendere!”

“Bell,” lo rimprovera Moore, “non è mica un tram, è un generale.”

“E lo ringrazi per ciò che sta facendo per lei…” aggiunge Blanco.

“Eccola,” esulta Wright, “Naive ha risposto, sentite? Da questa parte!”

“Sono qui, sono qui!”

“Ci siamo, è lei!” esclama Wright. “Questa statua è Naive!”

“Sì, sono io, non riesco più a muovermi.”

“Lì c’è una delle auto della nostra scorta,” propone Blanco, “lasciamoci Bell e torniamo a prendere Naive. Andiamo.”

“Lasciarmi?” si lamenta Bell. “Come sarebbe a dire lasciarmi?”

“Torniamo subito, Bell, si rilassi.” lo tranquillizza Moore.

“Esatto,” concorda il monolite parlante, “torniamo subito.”

Byjove scaraventa Bell sui sedili posteriori come si scaricano i quarti di bue al macello.

“Ahia! Che botta, ma cos’è successo? La mia schiena!!”

“Stia calmo, non è rotta.” replica Byjove. “Almeno per ora…”

I quattro vanno da Naive, il monolite sradica anche la segretaria del Presidente e se la carica sulle spalle.

“E dove mettiamo Naive, adesso?” chiede Wright.

“Nell’unico posto possibile.” risponde secco il monolite, marciando verso l’auto. “Qui.” … e getta la statua di Naive sui sedili posteriori, proprio sopra Bell.

“Aaahhh! Che dolore! La schiena! Cos’è successo? Aiutatemi, mi stanno schiacciando!”

“Generale, non poteva fare piano?” puntualizza Blanco.

“Bell,” strepita il monolite, “un po’ di cavalleria, un uomo si deve sempre sacrificare per salvare una donna.”

“Ma non la mia schiena. Ho le vertebre delicate, inoltre soffro di una discopatia degenerativa della colonna vertebrale…”

“Bell!” ringhia i monolite. “Sto per porre fine alle sue sofferenze, così non dovrò più sentire la sua cartella clinica!”

“Calmatevi,” interviene Blanco, “Bell e Naive ora sono al sicuro, ora accertiamoci delle condizioni del Presidente e della First Lady.”

I quattro arrancano nel fango fino all’auto del Presidente.

All’interno Gwendoline sta dando una bella strigliata al marito, con l’appoggio della governante austriaca e del suo frustino.

Quando aprono la portiera…

“Hai combinato un disastro, ecco cosa hai fatto…” s’interrompe Gwendoline. “Ah…eccovi…ci stavamo giusto chiedendo dove foste. Eravamo preoccupati per voi.”

“L’abbiamo sentito.” replica Moore dallo strato di fango che lo avvolge. “E si vede, pure. Anche il parrucchino del Presidente era in ansia per noi.”

Super Dan si raddrizza il parrucchino, storto per i rimproveri e le scudisciate subite. “Ehm…sì, appunto, stavamo cercando di organizzare i soccorsi.”

“Perfetto.” coglie al volo l’occasione Blanco. “Allora chiami immediatamente la Protezione Civile e l’esercito per questi poveretti, saranno in migliaia ad aver bisogno di aiuto.”

“Ma certo, era proprio quello che stavamo per fare, vero cara?”

In meno di un’ora i primi soccorsi venivano prestati alle migliaia di partecipanti alla celebrazione del Giorno dell’Indipendenza.

Soltanto dopo diverse ore i malcapitati poterono tornare alle proprie abitazioni o, nei casi più gravi, essere ricoverati in ospedale.

Ma, prima della fine, quando la il sole aveva ceduto il posto alla luna, un ultimo evento rimaneva in programma…

“Dio ti ringrazio,” sospira il sindaco Johansson, “è finita. Ora possiamo tornarcene a casa…”

“Sono a pezzi,” dice il suo vice MacKay.

“A chi lo dice.” aggiunge Bell con la schiena dolorante.

“Fermi tutti!” esclama Byjove, tornato alle sue fattezze umane.

“Oddio,” sta per crollare a terra Bell, “e adesso che avrà in mente?”

“Qui non è finito niente.”

“Generale, scusi, ” lo interroga Wright, “ma…cos’altro avrebbe in mente?”

“Tsunami? L’invasione delle cavallette? La pestilenza?” domanda Moore.

“I fuochi d’artificio!”

I presenti rimangono in silenzio. Dopo quanto accaduto era passato di mente a tutti.

“Effettivamente…” borbotta Super Dan.

“Già,” mormora il sindaco, “effettivamente sarebbero rimasti i fuochi…”

“Scusate,” chiede Blanco stupita, “ma mi state dicendo che con tutta l’acqua che è piovuta dal cielo si è salvato qualche petardo?”

“Petardo?” chiede risentito MacKay. “Sappia che i nostri fuochi d’artificio sono famosi in tutto il paese. E sì, sono salvi, perché vengono sempre sparati da quella collina lassù, fuori dalla nostra cittadina, vedete?”

“Sentito?” grida Byjove. “Che aspettiamo? Fuoco alle polveri, accendete le micce!”

“Sinceramente non so se sia il caso, dopo quanto accaduto…”

“E invece è il caso, Sindaco!” lo stronca Byjove. “Proprio dopo quanto accaduto, non vuole offrire un po’ di conforto a questi poveretti con lo spettacolo dei vostri fuochi d’artificio così tanto famosi?”

“Beh…vista così” balbetta il sindaco.

“Effettivamente,” si unisce MacKay al suo pensiero, “sarebbe un modo per concludere bene una giornata disastrosa.”

“Perfetto!” esulta il generale. “Dove sono le micce?”

“Micce?” sobbalza Bell. “Di nuovo? L’inalatore, dov’è il mio inalatore?”

“No, generale,” chiarisce il sindaco, “come ha detto il mio vice prima, i fuochi vengono sparati da quella collina lassù. Devo dare io l’ordine di spararli.”

“E allora lo dia, che aspetta, per mille cannoni?”

“Signor Presidente, lei cosa dice?”

“Il nostro Presidente è un comandante,” strepita Byjove, “dice di sì. Vero signore?”

“Ehm…ma certo…ehm, certo. Sparate questi fuochi d’artificio e godiamoci lo spettacolo.”

“D’accordo, come desiderate.”

Il sindaco chiama col cellulare i tecnici sulla collina e ordina loro di iniziare lo spettacolo pirotecnico.

“Beh, godiamoci almeno il finale della celebrazione.” dice Wright.

“Non cancelleranno quello che è successo,” dice Blanco, “ma almeno chiuderanno la giornata in bellezza.”

Mentre tutti si preparano ad assistere al grande spettacolo nel cielo scuro, il generale si allontana di qualche passo per parlare al cellulare, per poi tornare con gli altri.

Lo sapete,” sottolinea Byjove, “che l’anno scorso i nostri cugini americani, per il 4 luglio, a New York, hanno sparato, per ordine del Presidente Trump, più di sessantamila botti che hanno illuminato le acque dell’East River?”

“Però…”

“Caspita…”

“Caspita un corno!” sbotta Byjove. “Vogliamo forse farci superare dai nostri cugini? No, per nulla a mondo!”

“Scusi generale,” cerca di replicare il sindaco, “ma che cosa vuol dire? le garantisco che i nostri fuochi d’artificio sono magnifici…”

“Non lo metto in dubbio!” lo interrompe Byjove. “Ma se non bastassero??”

“Non capisco…”

“Stia tranquillo,” lo rassicura il generale, “ci ho pensato io.”

“Lei?! Pensato a cosa…” dice il sindaco confuso.

“Un rinforzino.” risponde il militare con un sorriso compiaciuto.

“Rinforzino…?”

“Oddio,” esclama Bell, “ci risiamo. I miei ansiolitici, dove sono i miei ansiolitici?”

“Sono sepolti sotto il fango.” risponde seccamente Byjove. “Prenda una vanga e se li vada a cercare.”

In alto i primi botti colorano il cielo, con disegni che si intrecciano in un gioco di luci scintillante.

“Ehm, generale,” interviene preoccupata Blanco, “potrei sapere cosa intendeva per rinforzino?”

“Dio mio,” prega Bell, “proteggici tu…”

“Tranquilla Blanco, si rilassi e si goda lo spettacolo.”

“Ehm…generale, cos’è questa storia del rinforzino?” domanda Super Dan perplesso.

“Lo vedrà, lo vedrà. Altro che i sessantamila botti del Presidente Donald Trump!.”

“Dio mio,” continua a pregare Bell, “proteggici tu…”

“Bell,” lo stronca il militare, “se non la smette di piagnucolare, io la mando a trovarlo Dio.”

In quel momento si sente un sibilo lieve, lontano…

Il cielo continua a colorarsi di splendide figure, lo spettacolo pirotecnico è degno della sua fama, i disegni che si intrecciano in aria sono di tale bellezza che riescono per pochi istanti a far dimenticare le sventure della giornata…il sibilo è diventata una figura, lunga, affusolata…

L’esplosione in cielo spazza via ogni colore, lo spostamento d’aria fa cadere a terra tutti gli spettatori.

“Cosa diavolo era?” urla Super Dan.

“La nostra risposta ai nostri cugini americani!” esulta Byjove.

“Cosa??” grida Blanco sconvolta. “Ma quello era un missile!!”

“Un missile? Un altro?” singhiozza Bell mentre sviene.

“L’avevo detto che non c’è limite al peggio…” commenta Moore.

“Generale,” grida Wright, “ma che ha fatto, è impazzito?…Oddio, Bell…è svenuto.”

“Seppellitelo!” chiude il discorso Byjove.

“Un missile…” bofonchia Wright incredulo.

“No.” ribatte Byjove. “Non un missile.”

“Ah no?” chiede Super Dan interdetto.

“No.” prosegue il generale. “Non un missile. Era il primo missile…”

Dopo un istante una seconda deflagrazione scuote anche la terra e i pochi alberi rimasti della foresta adiacente.

La gente corre in ogni direzione terrorizzata, le urla nel buio, i soccorritori confusi e storditi.

Sei sono i missili che il generale Byjove ha ordinato di sparare dalla più vicina base missilistica, con la specifica tecnica che esplodessero in cielo proprio sopra di loro…

BIG HOUSE – APPARTAMENTO DEL PRESIDENTE – PIANO SUPERIORE – MATTINO SEGUENTE.

Il mattino seguente durante la colazione, Blanco bussa all’appartamento presidenziale ed entra di corsa col fiatone, con i giornali in mano.

Attraversa il salone a grandi falcate verso il primo cittadino per mostragli le prime pagine, ma non fa in tempo, perché alla televisione il telegiornale parla di un attentato terroristico allo Stato confinante: un missile è deflagrato in una zona industriale, provocando danni ingenti. Nessuna vittima per fortuna, ma moltissimi danni.

“Sput!”…Super Dan sputa il succo d’arancia che stava bevendo e inizia a tossire, fino a diventare paonazzo.

Blanco, in piedi al suo fianco, sviene.

In quel mentre bussano ed entrano di corsa Moore e Wright.

Super Dan rischia il soffocamento, ormai viola in volto.

“Cough, cough…apprendo ora la notizia, non so chi sia stato…cough, cough…ma lo scopriremo.” dice Super Dan tossendo.

“Dobbiamo subito dimostrare…cough…cough…solidarietà verso i nostri vicini di casa. Presto, iniziate delle indagini sui terroristi!!”

I due lo lo guardano stupiti, poi si accorgono di Blanco e si chinano su di lei per soccorrerla.

“Signor Presidente,” cerca di parlare Wright, “guardi che ieri sera…”

“Allora??” li interrompe Super Dan. “Voglio un’indagine! I migliori agenti e anche i servizi segreti! Chiunque sia stato dovrà pagare per questo vile attentato!”

Blanco riapre gli occhi e viene aiutata a rialzarsi.

Moore fa un cenno al giovane e meno esperto Wright di seguirlo, così escono insieme.

“Moore,” parla Blanco ancora sotto shock, “lei sa che stamani il Messico e il Presidente americano Donald Trump ci hanno chiesto se abbiamo dichiarato loro guerra…”

“Già.” sospira Moore sconsolato. “E adesso chi glielo fa entrare in testa al tizio col parrucchino?”

“Moore,” domanda Wright, “cosa dobbiamo fare adesso…?”

“Eh sì,” recrimina Moore, “dovevo chiedere di più…”

Così si conclude la prima partecipazione del governo del Presidente Daniel Kramp alla festa del Giorno dell’Indipendenza.

Alla settimana prossima. Sigla!

Super Dan
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